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A M P E Z Z O
La storia dello sport |
Da 75 anni all'ombra
del Tinisa
di Renato DAMIANI e Massimo DI
CENTA
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La storia dell’Ampezzo? Mamma mia che impresa! E’
difficile mettere insieme date, persone, aneddoti se si
parte da lontano. Eh sì, perché lo sport, ad Ampezzo,
inizia negli anno Venti, quando l’informazione non era
così capillare e allo sport, sui giornali, erano
dedicati trafiletti praticamente insignificanti. Se a
questo si aggiunge il fatto che le attività agonistiche
erano più di una, capirete la difficoltà. Sport
invernali, corsa in montagna, ciclismo e calcio: ce
n’era per tutti i gusti insomma, sotto il Tinisa.
Bastava avere voglia, un po’ di tempo libero e ed un
minimo di capacità di sacrificio. In tanti hanno
scritto, insomma la storia dell’Unione Sportiva Ampezzo,
la mitica U.S.A., in pochi, magari verranno menzionati,
ma tutti meritano di essere ricordati, perché tutti
hanno contribuito a scrivere questo libro
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Bepi di Centa e Min di Jacobus |
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Gli sport invernali fanno
la loro comparsa sin dal 1926, data di fondazione del
primo “Sci club” che poté avvalersi della
collaborazione preziosissima dell’8° Btg. Alpini di
Tolmezzo, in grado di assicurare qualche paio di sci
necessario per far partire il progetto. La novità di
uno sport poco popolare non ne incentivò la pratica e
gli ampezzani in grado di partecipare a gare di una
certa rilevanza furono davvero pochi. Solo nella
metà degli anni Quaranta l’attività venne incrementata e
si passò sotto l’egida della F.I.S.I., con una
partecipazione costante a tutte le gare indette in zona,
riportando anche qualche risultato molto incoraggiante.
Sull’onda dell’entusiasmo e con il grande impegno dei
soliti impagabili volontari venne allestita anche una
pista di discesa ed un trampolino per l’allenamento. Non
ci sono testimonianze dirette di questo periodo, ma
alcune riviste specializzate raccontano di un Candotti
di Ampezzo (il nome non è neanche citato) spesso sul
podio. L’attendibilità della notizia è tutta da
verificare ed anche il cognome sembra convenzionale, a
meno che non si tratti di quel Giovanni Candotti che
assieme a Mario ed Osvaldo Lucchini, Gerardo Fachin e
Mario Candotti seppero ritagliarsi spazi importanti
nelle gare di quel periodo, così come Bepi Di Centa
Carlo Fanin ed Ugo Bonfin.
I
problemi ben più gravi di quel periodo, il diffondersi
di altre discipline e la neve non sempre… puntuale agli
appuntamenti con le gare in programma (allora, i cannoni
non si adoperavano per sparare neve…) fecero sì che
l’attività sciistica perdesse man mano d’importanza,
inducendo la società a rivolgere la propria attenzione
verso altri settori agonistici.
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Gare di sci anni 50 |
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La
corsa
in montagna
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Sarà
perché aveva bisogno di minore attrezzatura, sarà perché
non si doveva aspettare l’aiuto delle condizione
climatiche, sarà perché correre va di moda dai tempi di…
Maratona, ma la corsa in montagna ebbe un discreto
successo nell’ambito delle attività agonistiche
dell’U.S.A. All’inizio si correva così, in paese,
organizzando qualche gara durante l’estate, a corollario
di quelle feste dove il paese si ritrova per aggregarsi
e passare qualche ora in allegria. Corse semplice, dal
chilometraggio adatto ad una preparazione fatta alla
buona: si partiva dalla piazza, si andava verso i boschi
di Voltois ed Oltris e si tornava in poco più di un’ora.
Queste piccole manifestazioni diventavano, però, sempre
più frequenti e lo spirito di emulazione verso i più
bravi accrebbe il numero di partecipanti. La prima
significativa partecipazione dell’U.S.A. ad una gara di
importanza notevole si ebbe con l’iscrizione della
società alla grande “Staffetta Carnico – Cadorina” ,
dove, con la partecipazione di una dozzina di squadre
composte da atleti carnici, del Cadore e militari, si
dette vita ad una manifestazione che aveva come scopo
quello di rinsaldare i legami con la comunità di Pieve
di Cadore e zone limitrofe. La squadra ampezzana
conquistò la seconda posizione, grazie alle prestazioni
di Gianni Puli, Milio di Carli di Lut, Pascul di Serena,
Ugo Bonfini, Ennio di Lungis , Duilio Colac Ettore
Martinis ed Osvaldo Termine. Nomi (e soprannomi) che in
molti ricorderanno ad Ampezzo
Il
numero sempre crescente di iscritti convinse i dirigenti
della società a partecipare a tutte le gare che si
svolgevano nella zona: gli atleti ampezzani riportarono
buonissimi risultati nelle gare di Moggio, di Treppo
Carnico, di Collina di Forni Avoltri, di Forni di Sopra
ed anche di Tarcento.
Di
tutta quella attività mancano non solo i risultati
ufficiali, ma addirittura i nomi dei protagonisti, molto
spesso citati con le semplici iniziali non nel rispetto
di una privacy ante litteram, ma molto più semplicemente
perché il seguito mediatico di quel periodo riguardava
l’evento e non il protagonista. Non mancano, però,
aneddoti curiosi. In una gara svoltasi con partenza ed
arrivo a Treppo Carnico l’ampezzano S.P. (la S
probabilmente sta per Spangaro…) era tra i favoriti.
S.P. era talmente forte che pur sbagliando strada (si
presume che allungò il percorso di quasi un chilometro
nell’attraversamento di Ligosullo) arrivò primo con un
vantaggio di quasi un paio di minuti.
I
successi di questo S.P. e di altri atleti ampezzani
convinsero la società ad ideare ed organizzare il Trofeo
Tinisa di marcia in montagna, la famosa staffetta
Ampezzo – Monte Pura – La Maina – Ampezzo. |
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IL
CICLISMO
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Anche le due ruote non mancano nell’attività dell’U.S.A.
Le prime notizie di ciclismo si hanno agli inizi
degli anni Trenta. Le imprese di Bottecchia al Tour de
France , evidentemente, avevano avuto il potere di
avvicinare la gente alla bicicletta, amarne le fatiche e
gli sforzi che imponeva, soprattutto su quelle strade
che si drizzavano sotto le ruote e non avevano neanche
il conforto di un fondo regolare: i sobbalzi causati
dalle buche o dagli acciottolati delle strade
trasformavano ogni corsa in una Parigi – Roubaix, ma non
per questo scoraggiavano i temerari che osavano
inforcare il pesantissimo telaio di ferro per grondare
sudore. Chi poteva faceva un sacrificio e comprava la
bici. Ed erano sacrifici non di poco conto, perché a
quei tempi la bicicletta cominciava a costare. Costava
anche per la famiglia di Giovanni Candotti, detto “Quarin”.
Questi, evidentemente, era un atleta di notevole talento
perché riusciva ad emergere, come abbiamo visto, in
discipline diverse. Così, tolti i pesantissimi sci di
legno, alla fine della stagione invernale, “Quarin”
prendeva la bicicletta. Le felicissime partecipazioni ad
alcune gare dilettantistiche regionali lo indussero a
partecipare, come indipendente, alla leggendaria Milano
– Sanremo, dove anche per un pizzico di sfortuna non
riuscì ad esprimersi per quanto effettivamente valeva.
Una rovinosa caduta ne spezzò per sempre una carriera
che poteva riservargli anche qualche soddisfazione.
D’altronde, la medicina dell’epoca non consentiva i
recuperi miracolosi di adesso ed il bravo Giovanni, dopo
un lungo periodo di inattività, si accorse di non essere
più lo stesso. La scomparsa dalle scene agonistiche di
Candotti e il secondo conflitto mondiale fecero sì che
di ciclismo si poté riparlare solo verso gli anni
Cinquanta. Era il tempo del dualismo tra Coppi e
Bartali. I due, grandi campioni ed eccezionali
scalatori, piacevano alla gente e ad Ampezzo (paese di
montagna) dover scegliere fra due grandi scalatori non
fu semplice. Il maggior numero di vittorie di fausto,
probabilmente, fu determinante per la scelta dei colori
delle maglie della squadra di ciclismo: biancocelesti,
come quelli della Bianchi. Ci furono numerose
partecipazioni a gare provinciali e regionali: i vari
Corrado Fachin, Dante Colman, Marcello Fachin, Giovanni
Petris, Carlo Bullian ed Evaristo Di Centa ci mettevano
tutto l’impegno possibile ma non furono mai ripagati da
risultati eccellenti. Gli atleti ampezzani pagavano il
fatto di aver poco tempo per allenarsi (la neve se da un
lato accontentava gli sciatori, dall’altro scontentava i
ciclisti) e la distanza delle trasferte in Friuli e nel
Goriziano, teatro degli eventi più importanti, dove si
poteva accumulare l’esperienza necessaria per essere
protagonisti. |
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